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Il premier Giuseppe Conte al III Forum Internazionale del Gran Sasso

Il presidente Giuseppe Conte al III Forum Internazionale del Gran Sasso

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è intervenuto oggi, sabato 3 ottobre 2020, presso l’Università degli Studi di Teramo al III Forum Internazionale del Gran Sasso.

Dopo la partecipazione al Forum,  il premier Conte ha incontrato alcuni rappresentanti dei lavoratori della Betafence Italia che stavano tenendo una manifestazione proprio davanti al Campus, Il Presidente Conte ha tenuto un punto stampa.

Link Presidenza del Consiglio dei Ministri

Il testo dell’intervento del premier Conte al Forum Internazionale del Gran Sasso

Grazie Presidente Mirabelli, anche per le sue parole di introduzione, e rivolgo anche un caloroso saluto a Sua Eccellenza Monsignor Leuzzi, i cui rapporti di amicizia sono stati pronubi anche di questo mio intervento. È la seconda volta che sono qui e ci ritorno ben volentieri.

Come saluto anche i Magnifici Rettori, Rettore don Mauro Mantovani e il Magnifico Rettore Mastrocola, il Ministro Manfredi, tutte le Autorità presenti e, ovviamente, i gentili ospiti.

E mi rivolgo anche ai giovani perché, come è stato ricordato, inizia l’Anno Accademico. È un Anno Accademico che deve riprendere con massima fiducia, col massimo impegno, e quindi i migliori auguri per tutta questa comunità accademica in tutti i suoi livelli.

Poi saluto anche il Presidente Marsilio, saluto il Sindaco D’Alberto.

Mi fa molto piacere tornare – come dicevamo -, a distanza di un anno poter intervenire qui a Teramo per la III edizione di questo Forum Internazionale del Gran Sasso, che inizia a diventare quindi un appuntamento di rilievo anche per i temi che pone al centro della nostra attenzione.

Stiamo qui a discutere in una comunità che coinvolge anche la comunità religiosa oltre che quella accademica e della ricerca abruzzese e quindi dobbiamo guardare tutti con orgoglio a queste giornate che, ripeto, si ritagliano ormai un ruolo significativo nel panorama culturale, sociale del Paese.

Il tema di quest’anno: “Investire per costruire”. Io non ho avuto il piacere possibilità di seguire i lavori di queste sezioni, di queste giornate, che immagino intense caldo meno scorrendo anche quello che era il Panel dei relatori e la qualità dei Rettori, ma mi sembra di poter dire che questo tema “Investire per costruire” si collochi in ideale continuità con il tema posto al centro, invece, della riflessione della scorsa edizione che era “Prevenire per un nuovo sviluppo”. È una base di discussione di pubblico interesse della quale che oggi avvertiamo più che mai l’importanza perché stiamo vivendo una stagione di grandi cambiamenti, cambiamenti epocali.

E questi cambiamenti sono caratterizzati, a tutti i livelli, da grandi incertezze e da notevole complessità, quindi abbiamo un’oggettiva difficoltà a decifrare il momento che stiamo vivendo per poterlo interpretare al meglio. Tuttavia nessuno, né l’esperto, il tecnico né il decisore politico, ma nemmeno i privati cittadini, possono sottrarsi al dovere di interrogarsi e riflettere su questi processi, tanto più considerando che queste dinamiche che stiamo vivendo producono nella vita quotidiana di ciascuno di noi, per dei rischi e delle insidie ma anche tante opportunità, a saperle individuare, a saperle cogliere. E il sapere specialistico e la ricerca possono quindi contribuire in modo decisivo alla corretta interpretazione di questi mutamenti e, in questa prospettiva, svolgono un ruolo decisivo nello spazio pubblico, nella discussione pubblica.

Certamente la relazione tra politica e tecnica, ove si individui quest’ultima come – parlo ad esempio e richiamo il filosofo scomparso da poco Emanuele Severino, uno dei massimi pensatori che l’Italia ha espresso in campo filosofico non solo a livello nazionale ma anche  internazionale – tecnica, intesa come sapere che organizza mezzi finalizzati a uno scopo,  è di certo un rapporto che ha destato preoccupazioni e anche accesi e controversi dibattiti;  purtuttavia – e io ne sono convinto – resta un rapporto essenziale per perseguire il bene comune. A noi spetta individuare la direzione, prefigurare modalità virtuose di relazione tra questi due ambiti, la politica e la tecnica, affinché non si perda mai di vista l’esigenza di tutelare i beni primari della persona, che deve essere sempre posta al centro di ogni più autentica prospettiva di sviluppo e di progresso sociale.
Quindi non possiamo rinunciare anche a operare scelte di natura assiologica, dobbiamo governare, indirizzare questo rapporto scegliendo, eligendo, diligendo alcuni valori che ci ripromettiamo di tutelare sempre e comunque.

E vedete la più recente esperienza, quella che stiamo vivendo, ci ha dimostrato che anche di fronte a eventi traumatici e improvvisi così sfidanti, rispetto ai quali occorre offrire risposte efficaci in tempi assolutamente strettissimi, come emerga in tutta la sua rilevanza il ruolo della scienza e della ricerca. A tutti voi è noto quanto si sia rivelato decisivo il ruolo della scienza nell’affrontare l’emergenza sanitaria: lo abbiamo dichiarato anche pubblicamente, in modo trasparente, perché tutta la comunità nazionale potesse seguire non solo, ovviamente, le decisioni che chiaramente venivano percepite come calate dall’alto e così incidenti nella vita quotidiana, abbiamo inteso anche comunicare la metodologia con cui procedevamo all’assunzione delle decisioni.
Chi è stato chiamato ad assumere decisioni anche gravi per l’intera collettività quindi non poteva e non può non cogliere questo aspetto, non può non rendersi conto di quanto sia importante poter disporre delle conoscenze più aggiornate in ambito tecnico-scientifico.

E vi è però un altro e ancor più decisivo aspetto: la scienza e la tecnica rivestono un ruolo fondamentale nel combattere le diseguaglianze. In questa prospettiva possono svolgere una funzione eminentemente democratica. Su questo ritornerò tra breve.

Voglio aggiungere che rispetto alle scelte, quindi, al quadro assiologico che la politica in dialogo con la scienza deve poter contribuire a operare e a tener ben chiaro, emerge anche un altro dato, una grande lezione. Secondo me l’esperienza italiana – delle volte si parla anche in modo enfatico lo dico, addirittura all’estero si parla più che in Italia di “modello Italia” -, se una lezione dalla nostra esperienza che io posso qui sintetizzare, è questa: tutelare la salute dei cittadini significa tutelare e anche preservare il tessuto produttivo, la produzione, l’economia. In quei Paesi in cui hanno fatto una scelta diversa pensando di poter trascurare l’aspetto della tutela della salute dei cittadini sono andati a sbattere, si sono ritrovati nella condizione di non poter neppure preservare e tutelare il tessuto produttivo. E adesso si ritrovano in forte difficoltà. Perché? Perché chiaramente non si può pensare di correre sul piano economico senza prima garantire condizioni di assoluta sicurezza ai cittadini, ai lavoratori che entrano in fabbrica, agli operai, agli impiegati, agli impiegati pubblici.

Voi ricorderete che noi abbiamo attraversato momenti difficili. Quando ancora non avevamo assunto quella decisione terribile di imporre un lockdown al Paese, ci sono state alcune giornate in cui gli operai comunque non entravano in fabbrica perché non si sentivano garantiti; ed è per questo che il Governo nel giro di poche ore ha convocato tutte le parti sociali per sottoscrivere protocolli, che sono costati molto ai datori di lavoro perché molto articolati, molto sfidanti, ma chiaramente è stata quella la condizione per poter proseguire anche nelle attività economiche e nelle attività produttive.
Quindi l’uomo, il rispetto della tutela della persona umana, al centro di qualsiasi scelta pubblica, privata.

Ritornando alla funzione eminentemente democratica, che può assolutamente essere assecondata da questo dialogo tra scienza e tecnica, dicevo che ormai da alcuni decenni assistiamo a un preoccupante incremento dei divari culturali, sociali e di genere ma anche, forse più insidiose da un certo punto di vista, geografici: tra nord, sud, centro, periferie, per grandi aree metropolitane, aree interne. Di fronte a questa progressiva evoluzione nelle dinamiche dello sviluppo sociale abbiamo il dovere noi di ridurre questi divari. Dobbiamo avvertire la necessità e la responsabilità di ricucire il Paese.

Un’altra lezione che possiamo trarre da questa nostra esperienza è che se non marciamo tutti insieme, se non riscopriamo forte quel senso di una comune appartenenza, di un comune destino, se non recuperiamo tutti gli elementi di coesione, i legami di coesione non andiamo da nessuna parte.

Siamo riusciti ad affrontare la parte più dura, fermo restando che come ha anticipato il Ministro Manfredi la soglia di attenzione deve essere alta, non possiamo certo cullarci negli allori rispetto a quel che abbiamo fatto. Anzi, i sacrifici fatti si disperderebbe in un baleno se non tenessimo alta la soglia di attenzione, se non tenessimo sempre vigile il livello di guardia.

Però, dicevo, un’altra grande lezione che abbiamo tratto è che la nostra comunità ha marciato insieme, da Nord a Sud, penisola e isole; tutti hanno riscoperto questo forte senso di identità, questa appartenenza comune. È stata la nostra forza ed è della nostra forza.
Vorrei dire che addirittura, proprio in virtù dell’emergenza, abbiamo ricucito un Paese che per certi versi appariva o veniva anche percepito – e lo era – molto sfilacciato.

Ed è anche in questa prospettiva, quindi centrale è ancora una volta il ruolo della scienza e della ricerca; ed è decisivo il contributo che ogni Ateneo può offrire valorizzando non solo la sua naturale vocazione di luogo dell’apprendimento e della formazione superiore ma anche in quanto presidio per la tenuta del tessuto sociale e scintilla, come anche questo Ateneo qui a Teramo, per il sistema produttivo del territorio.

Questo è ancor più vero, però, per queste Università che insistono in aree interne del Paese, Atenei che sono un potente argine al fenomeno di desertificazione economica e sociale che, purtroppo, molto spesso colpisce questi territori. Quindi anche voi membri della comunità accademica dell’Università di Teramo dovete essere orgogliosi e consapevoli anche di questa funzione sociale e, anche complice l’apporto della Diocesi di Teramo-Atri, siete un presidio culturale – oltre che religioso – culturale, sociale per questo territorio.

E il Governo da me presieduto, attraverso anche l’apporto in particolare del Ministro Manfredi con la collaborazione della Conferenza dei Rettori, ha intenzione di avviare specifici tavoli di lavoro per le aree più fragili allo scopo di valorizzare ancora di più, con specifiche misure di sostegno ben mirate, gli Atenei che insistono su questi territori.

Dobbiamo essere ancor più coraggiosi in questa direzione. La terza missione delle nostre Università e l’insieme delle attività con cui esse interagiscono direttamente con i territori, con la società – come è stato ben evidenziato nella presentazione del Forum – diventa di centrale importanza proprio per questo suo respiro, profondamente e autenticamente democratico.

Oggi agli atenei è richiesto di essere svolgere un ruolo importante. Siete un importante stakeholder – così si usa dire oggi – del territorio; siete chiamati a interagire con le altre realtà che lo costituiscono, giocando non solo il ruolo di fucina di saperi, competenze e professionalità, ma anche quello non ancora del tutto esplorato, ma meritevole della massima valorizzazione, di promotore di buone pratiche a livello sociale.

In questa prospettiva quindi accolgo con sincera convinzione il vostro richiamo al ruolo che può svolgere in sinergia con il sistema della formazione superiore della ricerca anche il Terzo Settore. Terzo settore verso il quale tutti noi – e quindi il decisore politico in particolare – dobbiamo avere un debito di riconoscenza. Nel momento in cui sempre più si chiede vederti allo Stato la flessibilità del privato e ai privati l’attenzione al bene comune che è tipico invece dell’azione pubblica, il Terzo Settore unitamente alle nostre Istituzioni laiche e religiose non può che rappresentare un fisiologico interlocutore della formazione universitaria, a maggior ragione per le aree interne. Se l’Università è, e deve essere sempre più, un presidio di conoscenza di eccellenza ma anche parte attiva costruttiva della società, non può che farlo in sinergia con le competenze e le sensibilità presenti nel Terzo Settore.

Anche questo significa quindi investire, per ritornare alla vostra formula “investire per costruire”.

Un’altra sollecitazione, che accolgo con convinzione e che deriva sempre da queste vostre riflessioni condivise in questo Forum, è quella della internazionalizzazione gli Atenei.
Nell’odierna economia della conoscenza, la transizione digitale molto spesso ha reso immateriale sia l’erogazione della formazione che gli investimenti produttivi. Ciò comporta ovviamente che la sfida dell’internazionalizzazione sia divenuta ancora più articolata. All’estero c’è richiesta. Io lo constato incontrando i Leader, viaggiando, adesso in questo periodo un po’ meno, ma ho ripreso a viaggiare e constato che c’è richiesta di cultura italiana. Il nostro sistema universitario deve sapere intercettare questa richiesta.

Da questo punto di vista la Carta di Teramo e la Conferenza Euro-Africana dei Rettori rappresentano certamente una buona pratica – anzi direi un’ottima pratica – che auspico si diffonda sempre più nell’intera comunità accademica e scientifica italiana. Come ho sottolineato anche lo scorso anno, il futuro dell’Africa – ricordiamoci – è anche il futuro dell’Europa. È un futuro nel quale decisiva si rivelerà la sinergia tra i nostri sistemi informativi e della ricerca. Dobbiamo collaborare insieme, dobbiamo promuovere, dobbiamo anche migliorare le nostre esperienze nel confronto. L’internazionalizzazione delle nostre Università può e deve essere una risorsa per i nostri Atenei, un vanto per l’Italia che molti nostri studenti e ricercatori si distinguano all’estero.

Allo stesso tempo però è fondamentale garantire loro la possibilità di restare nel proprio Paese, di farvi ritorno. Il Ministro Manfredi ha ricordato già, una precisa direzione di azione noi l’abbiamo espressa con quell’investimento cospicuo dedicato ai nostri giovani ricercatori. Possiamo far sempre meglio, dico io. Non possiamo consentire che il trasferimento in un Ateneo estero sia la sola possibilità di realizzarsi offerta ai nostri giovani più meritevoli. Su questo insisto. Pur continuando a incentivare percorsi internazionali, scambi con tutti gli Atenei del mondo, dobbiamo creare un sistema universitario forte. Ecco oggi si usa questa parola: resiliente. Resiliente non è una resistenza passiva, resiliente significa un sistema scientifico di ricerca che riesce non solo a cogliere tutte le potenzialità e a difendersi nel momento di emergenza, ma a rilanciare per migliorare.

Più in generale, il sistema della formazione superiore e della ricerca nella sua interezza deve riconfigurarsi e innovarsi se nutre l’ambizione di innervare di qualità e competenze, come abbiamo detto, il tessuto economico-sociale del nostro Paese.

Oggi siamo nelle condizioni di poter afferrare, perseguire e realizzare questi obiettivi grazie all’utilizzo di queste risorse, il Recovery Fund, abbiamo l’opportunità di elaborare progetti strutturati, anche quindi ben più articolati e duraturi nel tempo rispetto a un passato recente segnato da politiche per la ricerca spesso disorganiche, prive di programmazione, perché prive di visione.
In questo senso accolgo con interesse e con sollecitudine quella che è stata anche espressa in una lettera che qualche giorno fa mi è stata inviata, ed è stata anche pubblicata, da alcuni insigni accademici e ricercatori con la quale, allo scopo di ridurre fino ad annullare il gap di investimenti in ricerca rispetto alle altre economie europee, è stato chiesto un impegno straordinario da parte del Governo. Siamo d’accordo col Ministro Manfredi, lavoreremo per avere un sistema all’altezza di queste aspettative nella consapevolezza che un piano di investimenti rivolto al futuro, orientato alle nuove generazioni, non possa trascurare questo decisivo ambito di intervento.

Ho ricordato anche a Trieste, alcune settimane fa, in un Forum internazionale con tanti ricercatori, che sono quattro gli obiettivi primari sui quali concentreremo i nostri interventi. Innanzitutto dobbiamo favorire la ricerca integrata, multidisciplinare, complessa nell’acquisita consapevolezza che alcune classificazione dei saperi….noi lavoriamo ancora un po’ cari accademici con i compartimenti stagni, quando inizia una ricerca poi ci fermiamo perché competenza di qualche altro collega. No, noi dobbiamo risolvere i problemi scientifici e inseguirli là dove si sviluppano. Qui dobbiamo lavorare molto sulla multidisciplinarietà, perché alcune ripartizioni sono belle da un punto di vista accademico, sono nette, nitide, ma si rivelano anti-storiche, non realistiche e non sono funzionali. Diciamolo con forza: dobbiamo avere il coraggio di lavorare in questa direzione.

Dobbiamo anche rafforzare la ricerca di base che è un tassello fondamentale della ricerca scientifica, anche quando si tratta della cosiddetta ricerca rischiosa, governata dal pensiero laterale, lontana dal mainstream e in grado però di favorire semmai tanti giovani brillanti che l’Università italiana continua a sfornare.

Terzo. Dobbiamo promuovere la ricerca, quella mission oriented, perché i nostri ricercatori devono essere stimolati sempre più a confrontarsi con il tessuto produttivo come abbiamo detto, con la società, ponendosi a fianco delle Istituzioni. delle imprese del Terzo Settore.

Quarto. Dobbiamo avvicinare la ricerca alla formazione. Deve stare lì, vicina. Il mercato del lavoro pretende competenze aggiornate, adeguate alle sfide e alle trasformazioni in corso. Dobbiamo saper dialogare con questo mercato e metterci anche in discussione. L’obsolescenza delle conoscenze, a cui si deve rispondere con il Lifelong Learning, con l’Università mista e inclusiva, impone che nei percorsi formativi siano trasferite competenze aggiornate e che questo aggiornamento sia costante e accompagna le diverse professionalità nell’intero arco del loro sviluppo.

Tutto questo però sarebbe vano, tutti i nostri sforzi, anche mettendo in campo gli strumenti più efficaci, sarebbero vani se non ponessimo al centro del nostro lavoro la cura dell’uomo, del suo destino.

Ho già fatto riferimento a questo concetto che è fondamentale. Dobbiamo collocare al centro del nostro progetto la persona colta nella unicità, nella concretezza, nella ricchezza della sua dimensione esistenziale, nella pluralità di queste sue aspirazioni. La persona deve rimanere il fulcro di ogni politica autenticamente orientata al progresso sociale, uno sviluppo quanto più possibile equo, sostenibile e inclusivo.

Non commetteremo più gli errori del passato.

Grazie.